Attribuzione

Introduzione

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Fino a tutto il Settecento le fonti non mettono in discussione l'attribuzione del dipinto a Raffaello. Il primo ad avanzare riserve sulla attribuzione tradizionale fu il P. Della Valle nelle note all'edizione del Vasari del 1799, sostenendo che i colori della Fornarina erano più vicini a quelli di Giulio Romano. Nell'Ottocento la critica si divide: il Missirini nel 1806, pur riconoscendo l'autografia, mette in dubbio l'autenticità della scritta. Quatremère attribuisce l'opera totalmente a Giulio Romano e Von Rumhor agli scolari di Raffaello; Pungileoni e Passavant, e più tardi Gruyer, riportano l'attribuzione a Raffaello, mentre Duppa e J. Cartwright e soprattutto Morelli sono per la mano di Giulio Romano. Minghetti considera l'opera come fatta da allievi dopo la morte di Raffaello, mentre Muntz, Cavalcaselle e Crowe sono del tutto favorevoli all'attribuzione al maestro e lo stesso Berenson accetta l'opera nel catalogo raffaellesco solo in un secondo momento.

 

Nel Novecento la divisione tra critici si articola ulteriormente. Accanto a numerosi sostenitori della autografia raffaellesca (Venturi, Filippini, Di Carpegna, Della Pergola, Prisco, Schearman, Ponente, Oberhuber, ecc.) e ai sostenitori della paternità di Giulio Romano o di altri scolari di Raffaello (Ricci, Carli, Dussier, Brandi, ecc.) c'è un terzo filone, che mantiene una posizione di critica intermedia sostenendo che nella Fornarina Barberini, sulla base una prima stesura raffaellesca, forse non completata, si siano poi sovrapposti degli interventi di Giulio Romano, riassunto dalla indicazione di S. Ferino, che vede nel dipinto un piccolo intervento di Giulio Romano sullo sfondo.

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