Il cibo del Primo Uomo. Il giacimento paleolitico di Isernia La Pineta

Il cibo, nei suoi più vari aspetti, rappresenta la necessaria fonte di energia per l’attivazione dei processi biologici: in natura ogni forma vivente diviene cibo per altri esseri, innescando un rapporto di flusso energetico tra le singole specie, che si configura come una rete di necessità basata su istinti, strategie, opportunità.

Il processo evolutivo che dagli Ominidi ha portato all’affermazione dell’Uomo moderno è caratterizzato da una diversificazione di adattamenti comportamentali ed anatomo-funzionali connessi con la primaria esigenza di procurarsi il cibo.

L’ambiente, a sua volta, con le disponibilità alimentari che garantisce, ha un’influenza preponderante sulle modalità di vita e sulle strategie adottate dall’Uomo nel corso del tempo. Le evidenze più dirette di questo rapporto dell’Uomo con l’ambiente sono individuabili nelle testimonianze archeologiche che il tempo ha permesso di conservare.

Il sito di Isernia, località La Pineta, rappresenta un esempio di notevole spessore, per la ricchezza del materiale paleontologico e paletnologico messo in luce con le campagne di scavo, condotte dal 1979, per la ricostruzione delle strategie comportamentali adottate dall’Uomo paleolitico per la ricerca ed il procacciamento del cibo, delle opportunità alimentari connesse con un determinato tipo di ambiente.

La formazione del deposito

Gli scavi e gli studi interdisciplinari dei depositi esplorati per uno spessore di almeno sei metri consentono di tracciare un quadro articolato della sequenza dei fenomeni naturali che hanno interessato il bacino di Isernia a partire da circa 700.000 anni fa.

Su un livello travertinoso formatosi su un bacino lacustre colmato, i cacciatori paleolitici si insediarono più volte su piccoli rilievi in prossimità di ambienti umidi, talvolta esondati da piene improvvise. Dopo l’abbandono, l’accampamento venne rapidamente coperto da una poderosa coltre di sedimenti alluvionali intercalati con tufi e ceneri di origine vulcanica.

Il rapido seppellimento delle evidenze archeologiche ha consentito l’instaurarsi di condizioni favorevoli alla loro eccezionale conservazione.

La messa in luce di suoli di frequentazione antropica, inseriti all’interno di piccoli bacini di acqua comunicanti, definiti da formazioni travertinose in parte emerse, che hanno restituito materiale archeologico in differenti concentrazioni – le testimonianze più consistenti sono nell’archeosuperficie denominata 3a – con l’attento studio delle modalità deposizionali e distributive dei reperti, con la definizione tipologica del materiale rinvenuto, hanno permesso di proporre un quadro delle possibili varianti legate allo sfruttamento delle risorse ambientali a scopo alimentare.

L’ambiente

La presenza di un ambiente aperto di prateria con bosco rado di latifoglie – carpini, lecci, querce, betulle, castagni -, specie tipiche di clima temperato caldo e umido, è confermato dall’analisi pollinica. A rimarcare la presenza di ambienti umidi sono state rinvenute piante acquatiche e pollini di ontani e salici.

Ulteriori elementi possono essere desunti dall’associazione faunistica a grandi mammiferi, pur se frutto di una selezione operata dall’Uomo sui resti di caccia e macellazione.

Le specie più frequenti sono grossi ungulati che pascolavano in un ambiente di steppa prateria: il bisonte, il rinoceronte, poi l’elefante e l’orso; tra le altre specie presenti con pochi resti (leone, leopardo, iena), vi sono specie forestali come cinghiale e cervidi, gli ippopotami nell’alveo fluviale, il thar che doveva frequentare i versanti montuosi. Sono presenti anche altre classi di vertebrati: pesci, anfibi, rettili, uccelli e micromammiferi.

L’alimentazione dei nostri antenati

Gli Ominidi esploravano il territorio circostante alla ricerca di cibo: raccoglievano i vegetali, praticavano la caccia e recuperavano le carcasse animali (sciacallaggio).

Non vi sono testimonianze dirette dello sfruttamento delle materie prime vegetali sia dal punto di vista dello strumentario che dell’alimentazione, in quanto i resti vegetali si conservano, subendo processi di fossilizzazione, in casi eccezionali.

Lo studio per la comprensione dello sfruttamento delle carcasse animali da parte dell’Uomo ha consentito di ricostruire, anche con l’ausilio della sperimentazione, le tecniche di fratturazione intenzionale di crani, mandibole, ossa lunghe per il recupero del midollo a scopo alimentare; le modalità di scarnificazione sono documentate dalla presenza di particolari strie: l’osservazione allo stereomicroscopio delle superfici ossee ha consentito infatti di riconoscere su alcuni reperti tracce lineari prodotte dall’azione di scorrimento del bordo di uno strumento litico, utilizzato per lo scuoiamento, la riduzione delle masse carnee, il taglio di legamenti articolari. La maggiore frequenza di alcuni elementi anatomici suggerisce che le parti degli animali più redditizie per l’approvvigionamento carneo venivano trasportate in quest’area, sui piccoli rilievi contornati dall’acqua, in grado di offrire la necessaria protezione rispetto agli spazi aperti, creando l’accumulo di ossa evidenziato nelle archeosuperfici.

Industria litica

L’abbondante industria litica consiste sia in manufatti in calcare, ciottoli o blocchi più o meno arrotondati di medie e grandi dimensioni, che in manufatti in selce, ricavati da lastrine di cattiva qualità, prevalentemente schegge di piccole dimensioni, spesso non ritoccate.

I metodi di lavorazione utilizzati sono la percussione diretta o la scheggiatura su incudine, al fine di provocare la rottura del nucleo e una produzione opportunista, mirata alla acquisizione veloce del maggior numero possibile di schegge da utilizzare. L’analisi delle tracce di usura documentano che nella quasi totalità le schegge sono state utilizzate per operazioni legate essenzialmente alle necessità di approvvigionamento alimentare: per lo smembramento veloce di carcasse animali ed il taglio di masse carnee della preda uccisa, in modo più immediato di ogni altro antagonista carnivoro.

L’Uomo preistorico, che viveva e cacciava in piccoli gruppi, ha scelto un’area, in prossimità di stagni palustri, accampandovisi più volte, con un’attenta strategia perché offriva accesso facile all’acqua, protezione, abbondanza di selvaggina. Ha lasciato nel terreno i resti della sua attività di caccia, con alcune ossa, selezionate e fratturate intenzionalmente, di vari tipi di selvaggina, gli strumenti in pietra calcarea ed in selce. L’ambiente ha caratterizzato e influenzato le strategie comportamentali adottate dal gruppo umano e le modalità di sfruttamento delle risorse locali.

Cristiana Terzani
Soprintendenza archeologica del Molise