Purtroppo sul versante della vita quotidiana e quindi anche circa i sistemi di cottura degli alimenti, la documentazione materiale non è abbondante, poiché sono maggioritari gli scavi e i rinvenimenti da necropoli rispetto a quelli degli abitati, e anche in questi casi le tracce sono in genere troppo labili a causa delle urbanizzazioni posteriori (di età punica, romana, ecc.) che spesso hanno cancellato il più antico momento insediativo. E non possono essere di aiuto neanche le fonti letterarie, dal momento che è perduta l’intera letteratura fenicia, tranne i pochi echi che rimbalzano dalle pagine degli autori latini e greci.
Tuttavia la cultura materiale fornisce alcuni indizi, mentre altri sono deducibili indirettamente o per analogia con popolazioni affini e coeve.
E’ onnipresente la pentola da fuoco coi relativi coperchi, in varie forme e tipi per la cottura dei più vari alimenti, a partire dal più antico esemplare da S. Imbenia-Alghero importato direttamente dalle coste mediorientali, e a quelle tipiche fenicie si affiancano nella colonia di Sulci esemplari di produzione e/o ispirazione indigena, prezioso indizio di un fenomeno di inurbamento di elementi umani tardo-nuragici, forse anche tramite rapporti matrimoniali.
Per la cottura delle carni era invece previsto l’uso di raffinati calderoni bronzei, in specie in occasioni di sapore quasi rituale come il simposio aristocratico, una forma di autocelebrazione e autorappresentazione della parte sociale emergente che dal costume sia orientale sia greco trapassa alle comunità indigene occidentali, sarde ma anche – per esempio – etrusche; non è infatti un caso che gli esemplari più eclatanti di questi contenitori provengano da un contesto sacro tardo-nuragico come il tempio a pozzo di S. Anastasia di Sardara. Nonostante la documentazione sia ancora molto scarsa su questo punto, sempre per la cottura delle carni dobbiamo immaginare l’uso di spiedi anch’essi metallici, in analogia non solo con altre aree ma con le similari attestazioni sarde appena più antiche che, tra l’altro, collegano l’Isola proprio con l’oriente cipriota.
Inizia già nell’VIII sec. a.C. in fase fenicia l’uso del cosiddetto tabouna, un vero e proprio forno da pane in terracotta.
Con l’avvento di Cartagine, che subentrò nel pieno controllo del mondo fenicio d’Occidente alla fine del VI sec. a.C., alcuni usi e costumi precedenti subirono mutamenti, per esempio il rituale funerario, ma ciò non pare essere accaduto – sostanzialmente – per i sistemi di cottura e la relativa strumentazione. Col variare del repertorio ceramico va segnalata la comparsa di un vaso costituito da una vasca soprastante che riceve delle braci poste nell’ampio piede cavo dotato di “sportello” per introdurvela, ma si tratta forse più di una sorta di braciere per incensi, e quindi di uso rituale, che non di uno “scaldavivande”.
Infine una suggestione: uno degli assi portanti dell’economia fenicia e di quella punica è il sale, tanto che tutti i siti semitici d’insediamento in Occidente prediligono insenature atte all’impianto di saline e/o di peschiere. Questa sostanza è preziosissima nell’antichità soprattutto perché la principale tecnica di durevole conservazione di cibi proteici era la salagione, la cui ampia diffusione, se non addirittura l’introduzione, in Occidente si deve proprio ai Fenici. Ebbene, in ragione delle profonde alterazioni che le carni così subiscono, non è forse anche questa una forma di “cottura”?