In quanto scalo di Roma sul Mediterraneo, ad Ostia arrivavano tutti i prodotti destinati al mercato romano e controllati dall’annona imperiale. In attesa di essere convogliate verso l’Urbe, o di essere consumate dagli stessi ostiensi, le derrate venivano immagazzinate negli horrea, che ad Ostia sono diffusi capillarmente su tutto il tessuto urbano. Gli horrea annonari sono quasi tutti situati lungo percorsi commerciali importanti: lungo il Decumano, in collegamento diretto con il Tevere e con il porto fluviale; lungo l’asse costituito dalla Semita dei Cippi e da via dei Molini; lungo via della Foce. La loro costruzione risale generalmente ad un periodo tra la metà del I ed il II secolo d.C., in relazione alla costruzione dei porti di Claudio e Traiano. Non sempre è possibile definire il tipo di merce conservato all’interno di un deposito. Fanno eccezione i magazzini granari, generalmente di grandi dimensioni, riconoscibili dalla presenza delle suspensurae: gli horrea Antoniniani, i Grandi Horrea e gli horrea ad ovest del Piccolo Mercato. Nel caso poi degli Horrea Epagathiana, uno dei pochi edifici ostiensi di cui si conoscano il nome e la funzione, si può avanzare l’ipotesi che si tratti di un magazzino destinato a conservare merci pregiate, in virtù della presenza di una decorazione non usuale per un magazzino e di alcuni accorgimenti costruttivi che indicano la volontà di garantire il massimo possibile della sicurezza: una doppia porta di ingresso e porte divisorie sulle rampe di accesso al piano superiore.
I magazzini doliari erano adibiti alla conservazione dell’olio e del vino: presentano una serie di dolia interrati fin quasi all’orlo, per garantire la freschezza e la conservazione dei prodotti. A giudicare dalla posizione potevano essere riservati all’annona romana il Caseggiato dei Doli, un magazzino doliare rinvenuto sotto l’edificio del Museo ostiense ed oggi non visibile, ed il deposito presso gli horrea dell’Artemide; la cella doliare annessa al Caseggiato di Annio era probabilmente riservata al mercato locale, data la sua posizione, defilata rispetto alle grandi arterie commerciali.
Nel Piazzale delle Corporazioni, il grande portico retrostante la scena del teatro, si è voluto riconoscere il luogo destinato alle transazioni commerciali tra i venditori stranieri e gli acquirenti locali o romani. I mosaici pavimentali delle stationes con le raffigurazioni e le iscrizioni che ricordano città e porti, le statue con iscrizioni dedicatorie a funzionari dell’annona o a personaggi eminenti nel campo mercantile, tutto concorre a delineare il quadro di una città al centro di una rete economica che interessava tutto il bacino del Mediterraneo.
I panifici sono tra gli edifici industriali antichi meglio riconoscibili, per caratteristiche architettoniche e di arredo interno. Ad Ostia ne sono noti diversi, quasi sempre situati nelle vicinanze degli horrea. I due meglio conservati, il primo su via dei Molini e un secondo lungo la Semita dei Cippi, sono stati costruiti nel corso del II secolo d.C., riutilizzando e modificando le strutture di edifici preesistenti con diversa destinazione. All’interno di un grande ambiente porticato sono ancora visibili le macine azionate a trazione animale, secondo quanto raffigurato su di un rilievo in terracotta conservato sulla facciata di una delle tombe della necropoli di Porto all’Isola Sacra. Gli apprestamenti per la panificazione erano completati da due grandi vasche, utilizzate per mescolare la farina con acqua e sale ed ottenere l’impasto. Il processo di lavorazione terminava con la cottura nel forno. Il prodotto finito era qualcosa di molto simile nell’aspetto alle moderne pagnotte e ai panini. L’importanza che la produzione del pane aveva nell’economia ostiense di età medio-imperiale è confermata dall’esistenza di una corporazione dei fornai (il corpus pistorum) che ha continuato a vivere almeno fino alla fine del II secolo d.C.
Accanto a questa produzione su larga scala, amministrata almeno in parte dall’annona imperiale, esisteva ad Ostia una rete di coltivazione e di distribuzione al dettaglio di frutta e verdura, oltre all’allevamento di animali da cortile e alla pesca sia in mare che nel fiume. La coltivazione di ortaggi avveniva con ogni probabilità nei fertili terreni dell’entroterra (l’ager ostiensis), mentre sulla costa si sviluppò un sistema di piccoli appezzamenti di terreno coltivati a frutteto Quasi ogni proprietario di un orto sulla costa vendeva poi la sua merce in una delle numerose taberne situate al piano terreno delle insulae ostiensi. Il pescato veniva probabilmente venduto nelle c.d. tabernae dei Pescivendoli, adiacenti al Macellum, caratterizzate da tavoli di vendita e vasche di marmo. Il cinghiale e altri capi di selvaggina, cacciati nella selva tra Ostia e Laurentum, potevano essere poi venduti nel Macellum, situato in uno dei luoghi più frequentati della città, dove il Decumano incrocia le vie della Foce e del Pomerio. Le tabernae sono documentate archeologicamente anche da alcuni rilievi “di mestiere”, vere e proprie insegne che, inserite presumibilmente nelle facciate delle insulae, segnalavano la presenza del venditore. Anche su alcuni sarcofagi o lastre di chiusura di loculo in marmo sono raffigurate scene di bottega, che ugualmente testimoniano dell’esistenza di uomini e donne che esercitavano attività commerciali legate alla distribuzione del cibo. La vendita su scala più ampia dei generi alimentari si svolgeva anche in mercati specializzati, quali il Caseggiato del Larario, il mercato di via della Foce e il mercato alle spalle del Caseggiato dell’Ercole.
La vendita al dettaglio avveniva inoltre anche negli esercizi commerciali più propriamente caratterizzati come taverne o osterie. Il più famoso di questi locali ad Ostia è senza dubbio il c.d. thermopolium di via di Diana, in realtà una popina, situato in pieno centro cittadino, vicinissimo al Foro. Al suo interno è ancora possibile ammirare tutti gli arredi tipici di questi locali: il bancone in muratura, il dolio interrato per la conservazione di olio e vino; dobbiamo inoltre immaginare la presenza di tavoli e panche in legno per poter mangiare. Un utilizzo analogo doveva avere anche la Caupona di Alexander, presso Porta Marina.
Ostia era una città di traffici e commercio, frequentata da una grande quantità di viaggiatori, che potevano trovare alloggio nelle cauponae. Questi edifici erano caratterizzati da stanze con triclini al piano terra; da una cucina dove i viaggiatori potevano prepararsi il cibo (Insula delle Volte dipinte); da una latrina (Caseggiato dei Triclini). Al piano superiore si trovavano le camere da letto con triclini in muratura e la chiusura individuale in ogni stanza. L’Insula delle Volte dipinte e la Caupona del Pavone presentano anche un bancone per la mescita, altrimenti caratteristico della taberna vinaria.