L’importanza della commensalità e delle attività connesse alle abitudini alimentari acquisiscono in Grecia una valenza particolare, di grande valore sociale che investe tutte le attività legate al banchetto, al simposio, ai rituali di ospitalità, e alle feste religiose e civili.
Al banchetto si partecipava mangiando semisdraiati su letti conviviali (klinai), appoggiati al braccio sinistro, sostenuto da alcuni cuscini. Durante il vero e proprio pasto non si beveva vino e il cibo, già tagliato, veniva portato alla bocca con le mani. Al banchetto seguiva il simposio in cui venivano serviti cibi stuzzicanti, dolci e vino in abbondanza. Il vino veniva servito sempre annacquato, con acqua fredda o tiepida. Bere vino puro era ritenuto un uso barbaro, degno di popoli rozzi e incivili.
L’alimento più importante del mondo greco fu sicuramente il pane che veniva realizzato in diverse e numerose forme e con differenti tipi di farina. I cereali venivano ridotti e consumati anche sotto forma di polenta.
L’uso del pesce, dei vegetali, della frutta fresca e secca, dei dolci era preponderante già in epoca arcaica. Il consumo della carne raro e da ricondurre soprattutto alle occasioni religiose.
Nel periodo ellenistico il banchetto greco divenne sfarzoso e raffinato per influsso di abitudini provenienti dal mondo orientale.
Nel periodo più antico l’alimentazione base della maggioranza della popolazione era costituita da cereali, frumento, farro, panico ed orzo - che venivano consumati anche sotto forma di farinata e di polenta - e da legumi cucinati in zuppe o bolliti. Questa dieta veniva integrata con frutta, verdura, latticini, e con carne prevalentemente di pecora e capra. La caccia di animali selvatici era diffusa solo tra le classi più agiate.
Già nel VII secolo, tuttavia, anche il comportamento alimentare diventa per i principi etruschi un elemento di distinzione rispetto al resto della popolazione. Il modello di riferimento per le classi egemoni è quello dei sovrani orientali, a cui tra le altre cose è consentito di bere il vino all’ usanza greca, mescolato con acqua e temperato con spezie e formaggio grattugiato.
La mensa viene arricchita oltre che dal vino dall’olio nonché, da tanti frutti di origine orientale, come il melograno.
La specializzazione dell’ allevamento portò ad un maggiore consumo di carne, specie quella di suino; la carne bovina resta invece riservata soprattutto ai nobili, mentre tra le carni consumate abitualmente erano certo quelle dei volatili e del pollame.
L’alimentazione primitiva dei popoli latini, caratterizzata da una certa frugalità, era costituita prevalentemente dalla puls – una polenta di farina di farro - che veniva accompagnata ai legumi, ai piccoli pesci salati, alla frutta, ai formaggi e raramente alla carne.
L’età imperiale inaugura una nuovo modo di alimentarsi, dando luogo a una cucina esageratamente elaborata che utilizza prodotti esotici e speziati.
Suntuosi banchetti vengono offerti nelle case dei più ricchi. Marco Gaio Apicio, il più famoso buongustaio dell’epoca, intrattiene i suoi aristocratici ospiti offrendo loro pappagalli arrosto, ghiri farciti, utero di scrofa ripieno…Le prelibatezze apiciane venivano cotte e ricotte più volte in acqua, latte, vino e arricchite con le spezie.
Il vino fluisce sulle tavole dei romani in grandi quantità. Viene unito all’acqua – fredda o calda a seconda delle stagioni – alla neve, speziato e mai assunto allo stato puro.
Nel V secolo, sotto la spinta moralizzatrice dell’autorità ecclesiastica, la stagione delle dissolutezze alimentari poteva dirsi conclusa