Già in epoca romana era un luogo comune descrivere gli Etruschi come amanti del lusso e delle forme di ostentazione, intendendo il momento in cui le aristocrazie etrusche assumevano uno stile di vita analogo a quello degli Ioni dell’Asia (VI sec. a. C.). I romani definivano addirittura gli etruschi “schiavi del ventre” (gastriduloi), tanto che era popolare l’immagine dell’Etrusco obeso (Etruscus obesus) diffusa da Catullo, ma, non si deve dimenticare che nella cultura antica l’individuo “grasso” era colui che poteva permettersi di diventarlo, cioè era simbolo di una condizione sociale legata alla ricchezza ed al potere.
Il banchetto o comunque il simposio è un tema che si ripete spesso nell’ iconografia del mondo etrusco, basti pensare alla tipica disposizione conviviale delle banchine funebri nelle tombe a camera ipogeica dell’Etruria meridionale, o alle famose immagini di banchettanti su letti (klinai) delle tombe dipinte tarquiniesi (ad es. la tomba della Caccia e Pesca, la tomba della Nave, la tomba dei Leopardi, la tomba della Pulcella ecc.). Anche nel periodo ellenistico, la grande diffusione dei sarcofagi con figura umana semisdraiata mostra personaggi riccamente abbigliati, in atteggiamento di banchettanti.
Il banchetto presso gli Etruschi va oltre il semplice concetto di nutrimento, esso è connesso alla religione ed al culto dei morti, ma è anche un’occasione per mostrare lo status del defunto e sicuramente, la ritualità connessa al convivio è probabile che diventasse anche un’occasione sociale e doveva essere episodio costante nei rituali festivi.
Nelle tombe più antiche le scene di banchetto sono composte esclusivamente da commensali di sesso maschile; solo dopo il 500 a. C. si ammette anche la donna al rito del simposio, legato più che altro al consumo del vino, mentre i servitori lo distribuiscono tra musici, danzatori e gare ginniche.
Dal punto di vista dell’arredo sono attestati nei simposi non solo i tavolini piuttosto bassi davanti ad ogni banchettante (trapeza), ma anche una sorta di tavolo di servizio (kylikeion) dove venivano disposti vasi legati alla mescita del vino.
In questa sede si è scelto parlare di una selezione di un ricco corredo inedito, esposto a Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, proveniente dal territorio vulcente e precisamente dalla Tomba 30 della Necropoli di Pian dei Gangani a Montalto di Castro (VT), che risulta aderente al tema scelto.
Il contesto mostra una pratica funeraria strettamente connessa al cibo, possiamo quindi ricostruire alcuni momenti dell’alimentazione esaminando gli strumenti connessi col sacrificio rituale, quelli legati alla cottura delle carni degli animali sacrificati e quelli legati al banchetto vero e proprio e quindi al consumo dei cibi e del vino.
La tomba, di tipo vulcente, con una scala di accesso (dromos), vestibolo e tre camere sulla parete di fondo, è stata utilizzata per lungo tempo, infatti il corredo è riferibile a più deposizioni cronologicamente situabili dal secondo al terzo quarto del VI sec. a. C.
Particolarmente interessanti sono gli oggetti della camera 30 B, dove oltre ai consueti reperti ceramici da banchetto è attestato un servizio di piombi composto da una cuspide di lancia completa di puntale (sauroter) e da utensili per l’uccisione sacrificale della vittima e per la sua cottura, costituiti da un coltello, due alari, 5 spiedi ed uno strumento bidente.
L’eccezionalità e particolarità di questi oggetti consistono nel materiale in cui il servizio metallico è realizzato, perché il piombo è molto tenero e per la sua bassissima temperatura di fusione non è ovviamente utilizzabile sul fuoco. Lo stesso corredo metallico pertanto non è dotato di funzionalità, ma, destinato fin dall’inizio ad essere deposto nella tomba con il suo proprietario, è stato eseguito appositamente per accompagnare il defunto nell’oltretomba, per un rituale esclusivamente funerario di deposizione e non di reale utilizzo.
La carne, presso gli Etruschi non doveva essere un cibo giornaliero specialmente per la popolazione più umile, per la quale è lecito immaginare una dieta costituita più che altro da cereali e verdure.
Per il reperimento della carne doveva esistere – oltre naturalmente alla caccia – anche una pratica di allevamento familiare, costituito soprattutto da bovini, ovini, suini e pollame, che venivano macellati in particolari occasioni. Nel caso di questo corredo lo strumento per tale pratica è il coltello.
Gli alari sono analoghi a quelli in ferro di un contesto quasi coevo: la tomba 63 della necropoli dell’Olmo Bello di Bisenzio al Museo di Villa Giulia.
Gli spiedi in Grecia erano beni di lusso che avevano valore premonetale, in Italia invece, dal momento che erano associati agli utensili per la preparazione delle carni, la situazione è diversa, per cui è più probabile che i cinque spiedi di questo contesto fossero legati alla loro funzione strutturale di strumenti per la cottura della vittima sacrificale.
Tra il materiale plumbeo si nota inoltre uno strumento bidente, che normalmente è spiegabile come strumento agricolo. In questo contesto invece potrebbe essere interpretabile o come utensile per maneggiare il carbone ardente, oppure come utensile per la macellazione, di supporto al coltello per la lavorazione della carne.
La cuspide di lancia in piombo, completa del puntale (sauroter) all’estremità opposta è un elemento caratteristico di una deposizione maschile.
Dallo stesso ambiente 30 B proviene anche un braciere d’impasto, di ovvia funzione ed una grande anfora da trasporto per il vino, di provenienza greco-orientale, probabilmente prodotta a Mileto, la cui attestazione in area vulcente è piuttosto rara. Sempre legati al consumo del vino sono una brocca (oinochoe) e due kantharoi di bucchero di cui uno di notevoli proporzioni, espressione di una moda tipica della città di Vulci.
Alla mostra sono esposti anche alcuni reperti legati sempre al consumo del vino provenienti dalla camera 30 A, che sono relativi ad una deposizione più antica rispetto a quella con il servizio di piombi (30 B). I pezzi sono costituiti da un’olpe etruscocorinzia con decorazione dipinta a motivi animalistici, due coppe (kylikes), due calici, un attingitoio ed una brocca (oinochoe) di bucchero.
Nell’esposizione poi è presente anche una coppa (kylix) attica a figure nere tipo band-cup, attribuibile al gruppo dei Piccoli Maestri attici, che costituisce la prova di un’importazione dal mondo greco. Essa, proveniente dall’ambiente 30 D, è relativa probabilmente all’ultima fase di utilizzo della tomba. Questo oggetto ha dei fori che documentano un restauro antico, ciò attesta quindi l’importanza e la cura che si dava alla conservazione di un bene che, considerato come una merce di lusso in quanto importato dalla Grecia, era legato al consumo del vino e quindi al simposio.