Il Nilo il grande fiume dell’Egitto che percorre il territorio nella sua totalità, fu il grande dio che garantì fecondità e abbondanza di raccolti. Grano e orzo erano la base dell’alimentazione, utilizzati per realizzare pani e birra. Gli orti producevano ceci, fave, lenticchie e piselli, agli, porri e cipolle, lattuga, cetrioli e meloni, cavoli e rafani; spezie quali il coriandolo e il cumino; uva, datteri e fichi e frutti selvatici. Le carpe e altri tipi di pesce venivano offerti in quantità dal generoso Fiume, attorno al quale gravitavano anatre e oche selvatiche, e le mandrie di bovini condotte al pascolo.
L’alimentazione nel Bruttium si basa sul consumo di cereali, legumi e frutta. La carne viene assunta raramente, prevalentemente nelle occasioni rituali; la pesca non è un’attività importante, sebbene il pesce sia presente sulle tavole un po’ di più della carne. La presenza dei legumi in questo regime alimentare, prevalentemente vegetariano, garantisce un certo equilibrio nutrizionale.
I cereali – granaglie miste ed orzo - vengono bolliti o ridotti in farina per farne poi pani, focacce e dolci, come è testimoniato dai dolci devozionali in terracotta offerti presso gli altari dei Templi. Tra le leguminose, molto apprezzate sono le fave. La frutta - pere, fichi, uva, melagrane - è sempre presente sulla mensa, nelle occasioni ordinarie, festive e cerimoniali. I formaggi insieme al miele sono considerati cibi intermediari tra uomini e divinità. Il vino e l’olio, molto importanti per l’economia magno greca, sono diffusi in Calabria, dove si producono prodotti a cui vengono riconosciuti una elevata qualità.
La lettura delle fonti di autori classici greci e latini si rivela fonte di informazioni importantissime sull’approvvigionamento e la preparazione dei cibi e delle bevande. Il testo che segue – redatto esclusivamente attraverso uno studio sulle fonti classiche - permette di scoprire l’atteggiamento che i romani avevano verso le bevande fermentate quali il vino e gli accostamenti inusuali – quello con le spezie ad esempio - che avevano sperimentato, per poterlo gradire di più.
Nelle abitudini alimentari dei Romani la frutta aveva un posto importante, sia per le classi agiate che per quelle subalterne: noci, nocciole, mandorle, pinoli, uva, mele, pere, cotogne, prugne o albicocche, sorbe e soprattutto fichi che potevano essere essiccati e conservati più a lungo senza guastarsi.
Gli scavi condotti dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte, in vari centri urbani di età romana del Piemonte meridionale quali Pollentia e Libarna, hanno restituito delle testimonianze significative sul consumo di alcuni frutti. Dagli scavi effettuati nella necropoli di età romana e tardo antica (II-metà V secolo d.C.), in particolare, resti di frutta sono stati recuperati, in quanto avanzi di offerte alimentari consumate nel corso di un banchetto funebre.
Dagli scavi realizzati sul territorio pompeiano emergono una serie di fattorie agricole, insediamenti produttivi, di proprietà contadina, dediti principalmente alla produzione del vino, il celebre Pompeianum.
Dallo studio dello scavo e dei reperti rinvenuti nella Villa Popidius Narcissus Maioris, si desume una gestione razionale dell’azienda agricola dotata di tutte le attrezzature e del personale necessario per la coltivazione del fondo, volto alla produzione di ca.30000 litri di vino.
La coltivazione di cereali e legumi è altresì attestata ma finalizzata all’autoconsumo degli abitanti della azienda.
La conquista romana della Sardegna, nel 238 a.C., non determina, per lo meno inizialmente, particolari cambiamenti nel sistema di alimentazione e di cottura dei cibi tra le popolazioni dell’Isola, composte da punici e sardi punicizzati.
Alcune pietanze a base di cereali, legumi e pochi altri poveri ingredienti, si accompagnano al pane e alle focacce che vengono cotti con tegami d’età nuragica - sistema che perdurerà a lungo in Sardegna – e attraverso l’utilizzo dei tabouna (forni portatili d’origine vicino orientale) introdotti dai punici.
Con il diffondersi delle botteghe dei fornai, nei centri più importanti dell’isola, questi metodi di cottura si fanno sempre meno frequenti.
Successivamente, in epoca imperiale, le classi egemoni modificano profondamente i metodi di cottura delle loro pietanze particolarmente elaborate.