Pompei: visita ad una fattoria dedita alla produzione del vino

Il territorio pompeiano presentava al momento in cui l’eruzione del Vesuvio nel 79 d. C. coprì con pomici e cenere le cittadine di Pompei, Stabiae, Oplontis Boscoreale e gran parte del territorio oggi occupato dai paesi vesuviani, una serie di insediamenti produttivi, delle ville rustiche, di diverse tipologie di grandezza, dedite, principalmente, alla produzione di vino.

Le ville rustiche di piccole dimensioni legate ad un fondo di limitata estensione erano con molta probabilità più legate alla proprietà contadina che non a veri e propri latifondi.

Gran parte delle ville rustiche rinvenute fino ad oggi non sono state se non in piccola percentuale scavate completamente e pertanto lo scavo della villa rustica recentemente esplorata a Scafati, suburbio orientale di Pompei, attribuita a (Numerius) Popidius Narcissus Maioris sulla base del rinvenimento di un sigillo, getta nuova luce sul funzionamento delle piccole fattorie agricole del territorio pompeiano.

La costruzione è stata realizzata nella quasi totalità nel I secolo a.C., in opera incerta di calcare locale, con rifacimenti successivi. Essa, di non grandi dimensioni, presenta uno schema rigidamente rettangolare di m.34x 19, con una superficie occupata (compreso un piano superiore) di ca. mq.700.Ad essa si accedeva attraverso tre ingressi, due dei quali in asse tra loro, il terzo sul lato O.

Questa villa che trova nello schema diversi confronti con altre ville del territorio pompeiano (in particolare con quella della Pisanella a Boscoreale), presenta una razionale distribuzione degli ambienti ed appare sostanzialmente divisa in tre blocchi. Il blocco a settentrione con vani di lavorazione e depositi di derrate al di sopra dei quali fu costruito un primo piano; la parte centrale con la corte, ed il torcularium, la parte meridionale con il corpo abitativo.

La maggior parte degli ambienti si apriva verso l’interno della abitazione su un’ampia corte centrale, al centro della quale era una cisterna per la raccolta delle acque piovane ed il pozzo di raccolta. Accanto al pozzo si sono rinvenuti vasi fittili ed una secchia di bronzo armata di fasce di ferro, ancora in situ.

Gran parte della vasta corte centrale era occupata dalla cella vinaria, a cielo aperto, in cui erano situati i dolia defossa, destinati a contenere il mosto prodotto, disposti in ordinati filari. I dolia sono stati recuperati dopo l’eruzione del 79 d.C. perché costituivano beni economicamente importanti, ad eccezione di tre. Le impronte hanno permesso di accertare la presenza di 36 dolia più piccoli (della capienza complessiva di ca.13.716 litri) e di 24 dolia più grandi, sistemati lateralmente (della capienza di ca.16.704 litri). Complessivamente la cella vinaria poteva contenere poco più di 30.000 litri. La Villa Regina di Boscoreale, più piccola, con un’estensione di mq.450, poteva contenerne 10.000.

Sul lato E della corte era situato il luogo di produzione del vino, il torcularium (in questo caso doppio) dove si pressavano i grappoli d’uva ed il mosto veniva fatto defluire in dolia appositi, da dove veniva poi trasferito, in quelli della cella vinaria. Accanto al torcularium era un piccolo ambiente quasi colmo di farina (triticum).

Nella zona meridionale si aprivano una serie di ambienti abitativi e di servizio: tra questi il triclinium, la cucina con una latrina, la stalla, un vano termale con vasca da bagno e due depositi, uno per derrate alimentari e l’altro per attrezzi agricoli. Il forno si è presentato addossato al vano termale per riscaldare l’ambiente. L’acqua utilizzata contenuta nella vasca defluiva nella vicina stalla.

La cucina era posta accanto alla stalla, così come raccomandava Columella, così che il calore del fuoco tenesse maggiormente caldi gli animali. Nella stalla sono stati rinvenuti gli scheletri di un equino e di un cane, entrambi con campanellino di bronzo al collo. Legati non riuscirono a fuggire e morirono nel luogo stesso ove erano stati lasciati. Colpisce il dato che per raggiungere la stalla l’equino dovesse attraversare la cucina.

Nella zona nord orientale era una serie di ambienti consistenti in depositi e vani di lavorazione, al di sopra dei quali era un piano superiore abitativo.In un ambiente sono stati rinvenuti dolii cilindrici contenenti Vicia faba e Lathyrus sativus della famiglia delle leguminose. Dall’esame dei semi sembra che nel terreno a disposizione della fattoria si alternassero produzioni cerealicole (frumento) a produzioni di leguminose per l’alimentazione umana e coltivazioni foraggiere per animali

La coltivazione di cereali e legumi, come attesta la nostra villa doveva essere finalizzata al solo consumo degli abitanti della azienda agricola.La villa rustica era, infatti un’unità di gestione assai razionale e non mancavano ad essa né attrezzature, né personale per la coltivazione del fondo.

La fattoria con la produzione di ca.30000 litri di vino doveva costituire, invece, una piccola ed efficiente azienda agricola per la produzione di vino, il celebre Pompeianum.

La crisi economica che colpi la produzione di vino pompeiano e sorrentino, forse per l’importazione tra il I sec. a.C. ed il I sec. d.C. di vini dalle province e dalle isole dell’Egeo suggerì probabilmente dei cambiamenti di colture, legando maggiormente i terreni alla produzione di cereali. Non senza motivo, infatti, nell’ultima fase della loro vita le ville rustiche del territorio orientale di Pompei mostrano la creazione ex-novo o l’ampliamento delle loro aie, che raggiungono anche notevoli dimensioni.

Marisa De Spagnolis
Soprintendenza per i beni archeologici del Lazio