Frutta pregiata a Pollentia e Libarna

Nelle abitudini alimentari dei Romani la frutta pregiata aveva un posto importante. Le fonti letterarie, in particolare Columella e Catone, dedicano ampio spazio ai modi per conservare i frutti, a proposito dei quali si conosce una produzione privilegiata di noci, nocciole, mandorle, pinoli, in quanto protetti dal guscio, oltre che di uva, mele, pere, cotogne, prunus (prugne o albicocche), sorbe e soprattutto fichi che potevano essere essiccati e conservati più a lungo senza guastarsi. Questi ultimi, per l’alto valore nutritivo, integravano anche la dieta delle classi meno agiate e degli schiavi, ma, in quanto molto zuccherini, potevano essere utilizzati come condimento. Nel corso del I secolo d.C. si diffuse in Italia anche la coltivazione delle pesche che Apicio usava come antipasto, ma che all’inizio vennero importate dall’Oriente a fini soprattutto medicinali e curativi.

Una traccia significativa di alcuni di questi frutti è emersa dalle indagini archeologiche condotte di recente dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte in vari centri urbani di età romana del Piemonte meridionale quali Pollentia e Libarna, fornendo anche nuovi elementi per la ricostruzione del paesaggio antico.

A Pollentia, corrispondente all’attuale frazione di Pollenzo (comune di Bra, prov. Cuneo), città fondata dai Romani lungo il fiume Tanaro probabilmente intorno agli ultimi decenni del II secolo a.C., lo scavo di una necropoli di età romana e tardo antica (II-metà V secolo d.C.), indagata nel corso del 2001 sotto il sedime dell’attuale piazza Vittorio Emanuele, ha restituito resti di offerte alimentari consumate nel corso del banchetto funebre.

Le analisi, condotte dal Laboratorio di Archeobiologia dei Musei Civici di Como, hanno interessato una sepoltura ad incinerazione entro anfora segata appartenente ad una donna di età matura, il cui corredo comprendente anche vasellame di pregio in vetro, è databile tra la seconda metà e la fine del II secolo d.C. I residui del rogo funebre, conservati all’interno di un’anfora Dressel 20 di produzione ispanica, hanno restituito, oltre a carboni di quercia e di noce pertinenti al legname utilizzato per la pira funebre, tracce di fronde di olmo, deposte come decoro durante il rito funebre, e un consistente numero (128) di resti carpologici carbonizzati, in gran parte pertinenti a frutti. Si tratta di fichi, noci e uva, la cui associazione è un fatto abbastanza raro che risulta documentato finora nella vicina necropoli di Albingaunum (Albenga). Eccezionale è risultato lo stato di conservazione dei frutti; i fichi (Ficus carica), tutti schiacciati, appartengono ad una varietà abbastanza piccola rispetto a quelli rinvenuti nelle tombe di altre necropoli, come Albenga e Nave, e forse furono consumati già secchi. Gli acini d’uva (Vitis vinifera), di forma quasi sferica, contenevano vinaccioli, fatto che esclude la pertinenza ad uve apirene, cioè selezionate per essere prive di semi. Il guscio della noce (Juglans regia), essenza non autoctona, ne conferma l’importazione e la messa a coltura in età romana a scopo produttivo. Esigui invece, erano i resti di cereali, pertinenti a orzo e frumento duro, varietà caratteristiche del periodo romano, gettati sulla pira con significato simbolico.

Altri dati sulle varietà di frutta provengono anche da Libarna (comune di Serravalle Scrivia, prov. AL), città sorta lungo la via Postumia nel tratto che da Genua (Genova) valicava gli Appennini dirigendosi verso la pianura padana e Piacenza. Lo scavo del quartiere cosiddetto dell’anfiteatro, costituito da due isolati di abitazioni affacciati sul decumano massimo, ha restituito in particolare noccioli e gusci di pesche, noci e nocciole recuperati nel riempimento di un pozzo (lotto B, isolato I) databile tra la seconda metà del I e il II secolo d.C.

M. Cristina Preacco
Soprintendenza regionale del Piemonte
e Museo delle Antichità Egizie