Con Morelli (1897) inizia la storia critica del capolavoro Borghese. L'attribuzione del quadro viene riferita a un pittore (come il Granacci o Ridolfo del Ghirlandaio) che si sarebbe ispirato a un disegno di Raffaello, conservato al Louvre (inv. 3882). Morelli esclude il collegamento che gli inventari ottocenteschi avevano fatto con il Perugino e la sua scuola: "L’occhio o la pieghettatura non vi sono rotondeggianti come nei discepoli del Perugino o di Pinturicchio; ma invece quadrati come nel Granacci o nel Ridolfo del Ghirlandaio. I capelli sono dipinti con poco gusto. Il paesaggio freddo ricorda più quadri del Granacci che delGhirlandaio". Successivamente, Piancastelli oscilla fra la tradizionale attribuzione alla scuola del Perugino (1888-91) e Ridolfo del Ghirlandaio (1899). Adolfo Venturi (1893) riprende il collegamento - che non sarà mai più lasciato - del quadro con il disegno di Raffaello al Louvre; ma propone una generica "scuola fiorentina", spingendosi a ipotizzare, con molta reticenza, Andrea del Sarto, nel momento della sua attività giovanile ("poiché nelle mani, ove il pittore non potè copiare il disegno di Raffaello, si veggono tinte simili a quelle di Andrea" ). Cantalamessa, direttore della Galleria Borghese dal 1906 al 1924, fu il primo a riportare nelle note manoscritte (redatte negli anni 1911-12), accanto a tutte le precedenti posizioni critiche, alcune osservazioni personali che distinguono nell'opera la diversa qualità delle parti, quelle autografe e quelle "ritoccate": " la disposizione [...] della figura e lo stile indicano nell'artista il proposito di seguire Raffaello [....] l'opera è bella e fine, specialmente nella modellatura del collo e delle clavicole [...] Brutta la mano destra e scorretta e di tinta pesante, ma la colpa è di un profano ritoccatore".