Particolare stilizzato della cupola del Pantheon, Roma

Ritrovati due dita e un dente di Galileo Galilei

Pubblicato il 20 novembre 2009

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Asportati dalla salma nel 1737 durante la traslazione nella basilica di Santa Croce, erano scomparsi da oltre un secolo. La fortunata scoperta di un collezionista confermata da sovrintendenza e Museo di Storia della Scienza, futuro Museo Galileo, che a primavera esporrà al pubblico per la prima volta le eccezionali reliquie

Tre eccezionali cimeli galileiani, ritenuti perduti da oltre un secolo, sono stati fortunosamente ritrovati grazie a un collezionista e saranno esposti al pubblico per la prima volta dalla primavera 2010 in occasione della riapertura, dopo radicali lavori di ristrutturazione, dell’Istituto e Museo di Storia della Scienza di Firenze, che assumerà da quel momento la denominazione di Museo Galileo.

Si tratta di un dente e di due dita della mano destra prelevati nel 1737 dai resti del grande scienziato toscano nel corso della traslazione della salma nel sepolcro monumentale della basilica di Santa Croce. La Soprintendente al Polo Museale Fiorentino, Cristina Acidini e il Direttore del Museo di Storia della Scienza, Paolo Galluzzi hanno confermato che, sulla base dell’ampia documentazione storica pervenutaci, non sussistono dubbi sull’autenticità del reperto.

Il ritrovamento rappresenta un suggello straordinario ed emblematico dell’Anno dell’Astronomia, che ha recato a Galileo, a 400 anni dalle sue sensazionali scoperte astronomiche, quell’omaggio globale, solenne e incondizionato del quale non poté godere in vita.

Tutto il materiale organico prelevato dalla salma è dunque adesso identificato e conservato in mani responsabili. Come noto, un dito è già in esposizione permanente al Museo di Storia della Scienza, mentre una vertebra è custodita dall’Università di Padova dove Galileo aveva insegnato per quasi venti anni.

Si conclude così una vicenda iniziata la sera del 12 marzo del 1737, poco dopo il tramonto, quando fu finalmente possibile traslocare le spoglie mortali di Galileo e del suo affezionato discepolo, Vincenzo Viviani: dal deposito clandestino, nel quale erano state originariamente sistemate, al sepolcro monumentale di Santa Croce, dove sono ancora oggi conservate, dirimpetto a quello di Michelangelo.

Dalla sua morte (8 gennaio 1642) erano trascorsi 95 anni, durante i quali i continui sforzi dei discepoli e dei Granduchi di dare onorata sepoltura al grande maestro erano risultati vani per l’opposizione delle autorità ecclesiastiche, risolute nel contrastare la celebrazione in luogo consacrato di un uomo condannato “dal Santo Offizio per una opinione tanto falsa e tanto erronea”, che aveva prodotto “scandalo tanto universale al Cristianesimo”.

L’erezione del sepolcro e la traslazione dei resti rappresentava una manifestazione eloquente della ferma volontà dell’ultimo dei Medici, il Granduca Gian Gastone, di rivendicare l’autonomia dello Stato nei confronti delle ingerenze ecclesiastiche. Dare onorata sepoltura a Galileo significò infatti allora affermare in maniera perentoria le prerogative e l’autonomia del governo civile e celebrare lo scienziato pisano come simbolo e martire della libertà di pensiero.

Alla solenne cerimonia partecipò una folta delegazione di uomini di cultura (molti dei quali appartenenti alle logge massoniche che avevano proprio in quegli anni cominciato a diffondersi a Firenze), e di rappresentanti delle più illustri famiglie nobiliari. Balzava agli occhi l’assenza di rappresentanti ufficiali della Chiesa.

Per garantire la fedele trasmissione ai posteri di quell’evento memorabile, un notaio –egli stesso membro autorevole dei circoli massonici- fu incaricato di redigere un verbale puntuale. Grazie a questo documento e alle registrazioni di altri testimoni diretti, conosciamo i nomi di gran parte dei presenti e ogni dettaglio della sequenza di eventi che caratterizzò la cerimonia.

Tra i molti avvenimenti singolari riferiti da quelle testimonianze, l’episodio che genera la sorpresa maggiore nel lettore contemporaneo riguarda il comportamento di alcuni dei presenti al momento dell’ostensione dei resti di Galileo dopo la rimozione del coperchio della bara.

Giovanni Targioni Tozzetti, grande storico delle scienze e competente naturalista, estrasse infatti dalla tasca un coltellino, col quale fu dato avvio all’asportazione di una serie di frammenti organici dal cadavere di Galileo. Al macabro rito parteciparono il raffinato studioso di antichità Anton Francesco Gori, il marchese Vincenzio Capponi, Provveditore dell’Accademia Fiorentina, e Antonio Cocchi, il celebre medico e letterato protagonista dell’introduzione della Massoneria in Toscana.

Grazie alla preziosa registrazione del Targioni Tozzetti sappiamo che dai malridotti resti di Galileo vennero appunto asportate tre dita della mano destra (pollice, indice e medio), una vertebra (la quinta) e un dente. Targioni Tozzetti confesserà di aver resistito a fatica alla tentazione di appropriarsi del cranio che aveva ospitato un cervello di così straordinaria genialità!

Una parte di queste “reliquie” del grande eroe della scienza sono state da allora accuratamente conservate fino ai nostri giorni e precocemente museificate a Firenze (un dito) e a Padova (la vertebra). Delle altre due dita e del dente, acquisiti dal marchese Capponi, erano conosciute le vicissitudini, caratterizzate da continui passaggi di mano, fino al 1905, quando se ne perse ogni traccia, inducendo gli studiosi a ipotizzare che questi singolari reperti fossero andati definitivamente perduti.

Quell’ipotesi pessimistica si è rivelata per fortuna errata. Il cimelio galileiano è riemerso recentemente in un’asta, dove è stato battuto come un lotto del quale era ignota la precisa identità. Si trattava di una teca di legno dalla foggia singolare, realizzata nell’Ottocento, e sormontata da un busto ligneo di Galileo. Al suo interno un’ampolla settecentesca in vetro soffiato che racchiude due dita (pollice e medio) e un dente.

Grazie alla propria competenza e sensibilità, un noto collezionista (che ha chiesto di restare anonimo) ha intuito che il singolare oggetto racchiudeva un mistero intrigante. Ha deciso pertanto di acquisirlo, impegnandosi subito dopo in una serie di approfondite ricerche per identificarne origine e contenuto, grazie alle quali ha potuto identificare i resti di Galileo.



Documentazione:

Comunicato Stampa
(documento in formato doc, peso 136 Kb, data ultimo aggiornamento: 20 novembre 2009 )





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