A quasi 40 anni dalla chiusura, torna a vivere la solfara nissena di Trabia Tallarita. A partire da lunedì infatti il sito, che coi suoi seimila metri quadrati di estensione era il più grande d’Europa, si trasformerà in museo. Nella miniera lo zolfo era così abbondante da essere visibile senza bisogno di scavare, tanto che bastavano una pala ed un piccone per raccoglierne grandi quantità. Invece con la chiusura di tutte le miniere siciliane (nel 1975) il sito - il cui primo sfruttamento a livelli quasi “industriali” risale al Seicento - fu abbandonato e lasciato all’incuria. Il paese, in cui nel corso dei decenni erano arrivati lavoratori da tutta l’isola, divenne fantasma. E per un quarto di secolo è stato questo il destino del centro, finché nel 2000 la Regione Sicilia non lo comprò dal proprietario, un privato, per un miliardo di lire. A un decennio di distanza (e a cinque dall’inizio dei lavori), Trabia Tallarita torna a essere un modello per la riscoperta di una storia che tanta parte ha avuto nella cultura e nella letteratura siciliana, da Pirandello a Sciascia.
Il “segreto” di questa rinascita è un progetto di riqualificazione che ha convinto l’Unione europea (e poi la Regione) ad assegnare cinque milioni e mezzo di euro, gestiti dalla Soprintendenza. “È un’operazione di recupero della memoria, ma anche la rivalutazione per due paesi, Sommatino e Riesi, che hanno pagato un duro prezzo alla miniera, con decine di morti - afferma al VELINO la soprintendente di Caltanissetta, Rosalba Panvini, il cui ufficio ha seguito il piano sin dall’inizio, prima come progettista, poi come stazione appaltante e infine nella direzione lavori -. Il sito di Trabi Tallarita è unico nella sua specie: non perché non ce ne siano altri, ma perché è il più grande d’Europa”. All’interno della miniera ci saranno mostre iconografiche, istallazioni di artisti contemporanei e un museo multimediale.
L’obiettivo è raccontare, attraverso i macchinari originali ancora perfettamente conservati, la vita degli uomini e, ancor più dei ragazzi, i cosiddetti “carusi”, che cominciavano a lavorare in miniera fin dalla più tenera età ed erano costretti a lavorare a decine di metri di profondità, seminudi a causa delle alte temperature. Quello che aprirà lunedì, tuttavia, è solo il primo lotto di un più grande intervento di valorizzazione. “Abbiamo chiesto alla Ue altri 16 milioni per riqualificare anche il villaggio circostante, ora abbandonato, e comprensivo di case, uffici, scuole e chiesa”, spiega Panvini. Intanto è allo studio un progetto per mettere in rete tutte le realtà simili, come quelle di Casteltermini, Trabonella e Ciavolotta, per riunirle in unico percorso tematico dando vita a un distretto turistico-minerario.
fonte dati: Il Velino Cultura