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Unità d’Italia: Nel 2011 cinque musei omaggeranno l’Arte povera
In occasione del 2011, anno dei festeggiamenti per i 150 anni dell’unità d’Italia, prende il via il progetto “Arte povera”, una mostra-evento curata dal critico del contemporaneo Germano Celant. Il progetto nasce da una molteplice collaborazione tra il Comitato Italia 150 di Torino e la Triennale di Milano, e tra la Regione Piemonte e la Regione Lombardia. “Arte povera” si concretizzerà in una serie di mostre che si svolgeranno contemporaneamente nell’autunno-inverno 2011 in diverse istituzioni museali e culturali italiane: a Bologna (Mambo), Milano (Triennale), Napoli (Madre), Roma (Maxxi) e Torino (Venaria Reale). Celant ha concepito un progetto di mostra che, mettendo insieme un alto numero di opere storiche e recenti, possa funzionare come un viaggio nel tempo dal 1967 a oggi, in diverse situazioni architettoniche e ambientali, attraverso gli avvenimenti e i protagonisti dell’Arte povera. Una modalità di lavoro del tutto inedita, che parte dal più importante movimento artistico italiano del dopoguerra (quello dell’Arte povera appunto) e che trova nel 2011 un momento di vera e propria unità, sottolineando così ulteriormente il significato di questa importante scadenza: non un’occasione per guardare al passato, ma un momento in cui gettare uno sguardo sul presente e il futuro di questo Paese, partendo dalle sue eccellenze.
L’iniziativa, che ha come fulcro il movimento dell’Arte povera nato nel 1967 con gli artisti Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Pier Paolo Calzolari, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Mario Merz, Marisa Merz, Pino Pascali, Michelangelo Pistoletto, Emilio Prini, Gilberto Zorio, ha lo scopo di presentare su scala nazionale e internazionale gli sviluppi storici e contemporanei di questa ricerca distribuendo le varie fasi e i singoli momenti linguistici in differenti contesti, dal Maxxi alla Venaria Reale, dal Madre al Mambo e alla Triennale di Milano. La mostra, che si avvarrà dei prestiti dei maggiori musei e delle più importanti fondazioni, anche dedicate ai singoli artisti, in Europa, Giappone, Stati Uniti e America Latina, ha inoltre il fine di coagulare l’attenzione su una ricerca artistica che è stata riconosciuta, insieme al Futurismo, quale importante contributo all’arte nel mondo.
Il termine “Arte povera” venne coniato da Celant nel 1967 ricollegandosi alle grandi utopie delle avanguardie storiche per il suo esprimersi non rigido né impositivo, basato sulla relazione con le situazioni sociali e culturali, nonché ambientali e contestuali. Collegandosi idealmente alle sperimentazioni di Lucio Fontana e Alberto Burri, l’Arte povera adotta una strategia linguistica in cui viene abolita ogni gerarchia espressiva e materica. Da qui l’uso di processualità e di tecniche diverse, così da spaziare in tutti i territori della comunicazione visiva e un fare che può oscillare dalla scultura alla performance, dalla fotografia alla televisione. Il linguaggio dell’Arte povera si è caratterizzato per l’interesse a un uso filosofico, quanto concreto di materiali eterogenei che vanno dalla storia dell’arte alla rappresentazione simbolica, dall’estetica del terrestre alla dinamica del celeste, da un’estetica del grezzo a una preoccupazione del naturale. Rispetto a un’arte che, dalla pop alla minimal art, ha proposto un linguaggio quale strumento di natura immutabile e perfetta, figurale e industriale, l’Arte povera si è impegnata in un atteggiamento iconoclasta e de-costruttivo che tiene conto dei problemi dell’esistenza e si muove in relazione alla molteplicità delle situazioni temporali e spaziali. Ricusando ogni definizione, con la conseguente impossibilità a inserirlo – ancora oggi - in una rigida codificazione, il movimento dell’Arte povera ha acquisito negli anni, per il suo innovativo e originale contributo, dovuto alle singole individualità, una definitiva importanza, paragonabile al Futurismo italiano, nell’ambito della scena dell’arte contemporanea internazionale.
“Quando nel 2008 Davide Rampello, presidente della Triennale di Milano, mi ha proposto di fare una mostra sull’Arte povera, invece che rifiutare ‘ho rilanciato’ ponendo la condizione, per la possibile attuazione, di poter disporre o di diversi edifici a Milano o di molteplici sedi in diverse città”, spiega Celant che aggiunge: “Ero cosciente che le tappe storiche delle prime mostre dell’Arte povera si erano svolte, dal 1967 al 1968, a Genova, a Bologna e ad Amalfi. Di conseguenza ho cominciato ad ipotizzare la ricostruzione delle esposizioni e delle azioni che si erano svolte in tali luoghi. Questo pensiero ha fatto scattare l’ipotesi di ritornare nei vari centri. E siccome nel 2009 si era aperto il Maxxi, con i suoi ambienti spettacolari e a scala macroambientale sono andato a proporre alla direzione un’ipotesi di intervento ‘in situ’ degli artisti, con opere progettate appositamente per l’imponente architettura di Zaha Hadid, seppur corredate dalla relativa presenza di opere storiche. Al tempo stesso la risposta da parte degli artisti e delle loro fondazioni è stata entusiasta tanto che intrecciando il tutto con le istituzioni, è stato possibile costituire un progetto articolato e ampio, basato su una rete di luoghi deputati in cui poter proporre i molteplici aspetti, sia su un piano storico che della ricerca e permettendo al tempo stesso a tutti i suoi protagonisti di presentare un insieme di lavori, storici e contemporanei, articolati nel tempo e nello spazio”.
Celant rivela che ciascuna delle cinque mostre sarà differente e unica. “Ogni istituzione – dichiara il critico - presenterà un’esposizione dalle caratteristiche diversificate, legate alle vicende che nell’avventura dell’Arte povera l’hanno attraversata per cui le opere e gli interventi saranno ‘specifici’, quindi unici e particolari, tanto che per ‘capire’ la ricerca sarà ‘necessario’ vedere tutte le mostre. Tuttavia siamo coscienti che tale richiesta è impegnativa, e quindi sarà nostra cura produrre per ogni mostra un contesto informativo e didattico che sia utile per inquadrare e leggere l’evento anche se visitato singolarmente”. Per Celant, la disponibilità di collaborare insieme da parte di tutte queste istituzioni rappresenta un evento unico. “Dimostra la ricchezza e la maturità del sistema istituzionale italiano che ha compiuto passi da gigante dal 1967 a oggi – spiega il critico -, sia con la fondazione di musei di valore nazionale e internazionale, che ora in Italia sono decine, sia con la maturata consapevolezza di una necessità di offrirsi come sistema ricco e articolato, capace di produrre eventi complessi e propulsivi sull’arte che concerne, come il Futurismo, la nostra storia”.
fonte dati: Il Velino Cultura