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Qualche anno più tardi,
Longhi (1927 e 1928) individua, per primo, la mano di Raffaello, propone il nome di Giovanni Antonio
Sogliani (1492-1544), pittore del primo Cinquecento fiorentino, come
autore delle aggiunte, e anticipa, in gran parte, i risultati del
restauro, con un disegno "ricostruttivo", pubblicato
all'interno del suo illuminante saggio ("un clivo
così immacolato come quello delle spalle nude non era certamente
stato destinato per immantellarsi alla peggio in questo manto di zinco
verniciato
... chi a furia di copiare gli schemi ve ne aggiunge
instancabilmente dei nuovi è, a mio parere, uno solo in quei
giorni: il Sogliani" ). Il grande critico svela il
mistero del manto, della ruota, della diversa posizione delle mani,
riconosce la straordinaria qualità dell'opera originaria che
colloca, in una triade perfetta, accanto alla Maddalena Doni della Galleria Palatina e all'
Ignota (La Muta) di Urbino "come terza
libera interpretazione offertaci da Raffaello del famosissimo esemplare
di Leonardo". Lintervento del Longhi
favorì il restauro della tavola, già disinfestata da
Luigi Bartolucci (1903) e pulita da Giuseppe Cellini (1932-33). Il
Ministero dell'Educazione Nazionale nominò (1934) una
commissione, formata da Federico Hermanin, Giovanni Poggi, Roberto
Longhi, Aldo De Rinaldis (direttore della Galleria Borghese in quegli
anni) e dai restauratori Augusto Cecconi Principe e Tito Venturini
Papari. Il restauro, descritto e pubblicato dal De Rinaldis sul "Bollettino
dArte" (1936) con le radiografie, fatte
eseguire da Achille Bertini Calosso nel 1933 (su finanziamento del Fogg
Museum) portò al centro dell'attenzione degli studiosi di
Raffaello la nuova immagine. Dopo lunghe discussioni, con l'intervento
anche di studiosi esterni (Schmarsow p.e. era contrario alla rimozione
del mantello) il restauro veniva completato. Accanto ad operazioni di routine
come il fissaggio del colore, vi erano state, però, operazioni
piuttosto "violente", come la distruzione del supporto ligneo
originale, il trasporto su tela con l'applicazione sopra una nuova
tavola di compensato, la rimozione a lama delle parti ridipinte (ad
esclusione del liocorno, sotto il quale le radiografie del 1933 -
ripetute poi per il restauro I.C.R. del 1959/60 - avevano rivelato la
presenza di un cagnolino). |